La competizione: quando è sana e quando no

Essere in costante competizione con gli altri, sul lavoro e a volte persino fuori: fino a che punto è una condizione sana e quando, invece, ti rovina la vita?

Molto spesso sentiamo parlare degli effetti negativi che la competizione ha sulle persone. Anche la ricerca psicologica per un certo periodo si è concentrata quasi unicamente su di essi, evidenziando come la competizione possa portare non solo disagio ma anche reazioni negative e disfunzionali di fronte al fallimento (Worrell, 2016). Ad oggi sappiamo che la competizione può essere positiva, in quanto può stimolare la persona a dare il meglio di sé ed a migliorare la propria performance. 

La verità è che della competizione non possiamo fare a meno, essa affonda le sue radici nei sistemi motivazionali: meccanismi naturalmente presenti in noi che permettono di entrare in relazione con gli altri. 

Molti faticano ad ammettere di essere competitivi oppure di provare fastidio quando altri hanno risultati migliori dei propri. Questo accade perché, nel momento in cui mi mostro competitivo e poi non riesco a raggiungere il traguardo, il rischio è quello di sentirmi un fallimento, non solo ai miei occhi ma di pensare di esserlo anche agli occhi altrui. Non ammettere di nutrire competizione ci protegge dal comunicare all’esterno quanto quella meta sia desiderata e quanto ci rimarremo male in caso di insuccesso. Oltre a questo, presentarsi come persone predisposte alla collaborazione, più che alla competizione, ci fa sentire socialmente benvoluti ed accettati. 

Eppure, la competizione fa parte della natura umana e fonda le sue radici nei sistemi motivazionali; proprio per questo la soluzione non sta tanto nel contrastare o nell’ignorare questa spinta, quanto nel comprendere come utilizzarla in modo funzionale. In questo articolo scoprirai come riuscirci. 

La competizione: qualche cenno in psicologia

Quando senti parlare di competizione quali immagini affiorano nella tua mente?

È comune associare questa parola a significati negativi, come se sentirsi in competizione fosse qualcosa di cui vergognarsi oppure da respingere. Vediamo cosa ne pensa la psicologia, partendo dalla definizione di “competizione” che è stata elaborata. 

All’interno del dizionario APA, dizionario di psicologia, la competizione è definita come una qualsiasi situazione in cui il successo dipende dal rendimento della propria prestazione che deve essere migliore rispetto a quella altrui. 

Questa “lotta” per contendersi la vittoria l’essere umano la conosce molto bene: l’ha sperimentata fin dalle sue origini. La storia dell’evoluzione sa spiegarci molto chiaramente tutto questo: di fronte a risorse limitate ed a innumerevoli pericoli non può sopravvivere che il più forte. Ad oggi, sotto svariati punti di vista, conduciamo un’esistenza molto più sicura rispetto ad un tempo: non dobbiamo più addentrarci nella savana per ricercare il cibo e possediamo molti confort che hanno reso il soddisfacimento dei bisogni primari molto più immediato. Eppure, la spinta competitiva è rimasta. Fa parte di noi. 

L’essere umano è guidato da vari sistemi motivazionali: dei meccanismi universali basati sull’istinto che favoriscono la creazione di legami con gli altri. Tra essi troviamo il sistema competitivo, uno dei più primordiali ma anche dei più utilizzati. Solitamente, all’attivarsi di questo sistema motivazionale, emerge una sequenza emotiva specifica: sopraggiunge la collera che spinge a sfidare l’altro, ma anche la paura, dettata dalla preoccupazione delle capacità altrui ed infine vergogna e tristezza in chi viene sconfitto oppure profondo orgoglio in caso di vittoria. 

Se la spinta competitiva è profondamente radicata nella natura umana, siamo proprio sicuri di doverla combattere? 

Come molto spesso accade, non è la competizione in sé ad essere nociva ma lo sono molte delle credenze e significati che, a livello di società, abbiamo associato ad essa. Nel nostro tempo, essere competitivi può significare essere disposti a tutto pur di guadagnare vantaggio o avere come pensiero costante quello del risultato, della vittoria che deve assolutamente appartenere a noi e non ad altri. Altrimenti, non solo avremo fallito ma ci sentiremo noi stessi un vero e proprio fallimento. 

La chiave per non venire risucchiati da questo vortice è quella di cambiare sguardo. Possiamo operare questo shift riscoprendo il significato che avevano dato a questo termine i latini. Nella loro lingua “competere” significava andare insieme, convergere verso uno stesso punto. Ed ecco che la competizione funzionale non è quella in cui l’obiettivo consiste nell’ “eliminazione” dell’avversario ma nel compiere un percorso, sapendo che è condiviso anche da altri, e cercando di dare il meglio di sé, di migliorarsi ed imparare il più possibile per raggiungere il traguardo. 

Questo ci permette di spostare lo sguardo dall’esito finale verso il processo, la crescita ed il miglioramento che puoi ottenere da quella situazione. Anche qualora fallissi potrai fare tesoro di quell’esperienza e di ciò che hai appreso grazie ad essa, uscendone comunque arricchito. 

La competizione sul lavoro

La competizione fa sempre bene nel mondo del lavoro? 

Oggi più che mai la società ci spinge ad essere più veloci degli altri, più performanti, a voler apparire più belli o più simpatici. Proprio come se la vita fosse una gara, tutti contro tutti. 

Ma la competizione non è funzionale in qualunque contesto. Alcune posizioni lavorative possono trarre giovamento da un clima competitivo, in quanto spinge a mettersi in gioco e a migliorare la propria performance. Per altri ruoli essa non si dimostra funzionale, ne sono esempi quelle posizioni che richiedono un lavoro in team e sono orientate alla cura. 

Eppure, in certi casi, capita di entrare in competizione anche quando non ci è utile. Cadiamo in questo tranello a causa del senso di inadeguatezza che, più o meno consapevolmente, ci spinge a metterci in competizione con l’altro. 

Ebbene sì, nonostante all’apparenza sembrino le più forti, le persone costantemente competitive sono proprio coloro che, mettendosi a paragone con gli altri, si sentono perdenti. La competizione diviene quindi strumento per dimostrare a sé e all’esterno di valere. Questa continua lotta per conquistare la vittoria rischia, tuttavia, di diventare estenuante anche una volta conquistata la stessa, in quanto necessita di essere continuamente protetta da qualunque elemento esterno che possa metterla in discussione.

Quando la competizione è sana e quando è da evitare

Come capire, quindi, quando la competizione può portare dei benefici? 

Essa ti è utile ogni qualvolta ti spinge a lavorare sui tuoi limiti per superarli, a migliorarti ed a elaborare nuove strategie pur di raggiungere il risultato sperato. È positiva e ti viene in aiuto, dunque, quando devi mobilitare tutte le tue energie per raggiungere un risultato e ci sono scarsità di risorse in gioco: ad esempio un posto di lavoro che puoi ottenere solo con le tue migliori performance, a discapito di altri.

Al contrario, essa è nociva quando l’obiettivo primario è quello di prevalere sull’altro: non importa cosa apprendo grazie a questa esperienza, l’unica cosa che conta è vincere la sfida. Diviene nocivo anche quando è l’unico sistema con il quale entro in relazione con le altre persone, poiché non necessariamente mi permette di sentirmi il migliore, la maggior parte delle volte tutto il contrario: penso a me sempre e solo in relazione agli altri, mettendomi a paragone e sempre, o quasi, uscendone sconfitto.
Spesso è proprio per via del sistema motivazionale della competizione che ci sentiamo da meno e perdenti rispetto alle altre persone, poiché quando entra in gioco “o vinco io o vince l’altro” , il rischio è quello di uscirne sempre perdenti.

Come puoi aver intuito, il problema non risiede nella competizione in sé ma nei contesti nei quali viene utilizzata: in alcune situazioni può essere la strategia migliore da attuare, in altri può essere quella che al contrario, può persino metterti in difficoltà.

Il problema vero risiede nel fatto che, proprio perché si tratta di un meccanismo istintuale, molto spesso viene agita senza nemmeno rendercene conto. Ancora di più  può rappresentare un ostacolo nella vita di una persona quando diventa la modalità prioritaria di entrare in relazione con le altre persone. 

La chiave per assicurare una competizione sana, quindi, risulta essere la consapevolezza: riesco ad accorgermi di ciò che sto mettendo in campo e scelgo cosa agire, in base al contesto e agli obiettivi che mi sono posto. Se riconosci l’attivazione di agiti competitivi puoi decidere consapevolmente di trasformarli in agiti cooperativi, qualora il contesto lo permetta. In questo modo ne uscirete tutti vincitori e ciascuno potrà mettere in campo il meglio di sé per il raggiungimento della meta comune. Solo allora ti accorgerai che condividere il podio non toglie nulla, anzi, non potrà che raddoppiare la gratificazione.

Se hai trovato interessante approfondire il concetto di competizione e ciò che implica, puoi iniziare un percorso su di te per comprendere come usare al meglio questo meccanismo istintuale, anziché farti usare da esso.

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Bibliografia: 

Worrell, F. C., Knotek, S. E., Plucker, J. A., Portenga, S., Simonton, D. K., Olszewski-Kubilius Paula, Schultz, S. R., & Subotnik, R. F. (2016). Competition’s Role in Developing Psychological Strength and Outstanding Performance. Review of General Psychology, 20(3), 259-271.

Lara Zucchini

Psicologa per il benessere a Crema e online in tutto il mondo, docente universitaria, Speaker di Psicologia Positiva.

Di cosa mi occupo

My Inner Experience

Un viaggio dentro e fuori di sé per vedere, esplorare e sentire le proprie risorse, al fine di agirle nella propria vita.

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